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I social media possono diventare strumenti di pace?

L’utilizzo dei social network per annunciare il piano di pace per Gaza

(Il presente articolo non intende esprimere posizioni politiche)

L’annuncio della prima fase del cessate il fuoco a Gaza, comunicato dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump alcuni giorni fa sul proprio account della piattaforma Truth, ha rappresentato uno spartiacque nel mondo della comunicazione, perché i social media sono stati, per la prima volta, lo strumento ufficiale di diffusione della notizia di un piano di pace che mira a concludere un conflitto internazionale.

Questo evento storico, sebbene si attenda ancora l’attuazione di diverse fasi e di lunghi processi per poter giungere alla fine del conflitto, rappresenta un punto di svolta significativo perché è la riprova della crescente e dominante centralità dei social network ed anche una testimonianza inequivocabile di un profondo cambiamento nel modo in cui gli utenti apprendono e percepiscono le notizie di rilevanza globale

Di fatto, la scelta del Presidente Trump di utilizzare la sua piattaforma personale per annunciare che le parti in conflitto hanno sottoscritto la prima fase del piano di pace, è emblematica: egli ha elevato un social media a canale di comunicazione ufficiale per un annuncio di tale peso, equiparandolo di fatto ai canali diplomatici tradizionali o ai comunicati formali della Casa Bianca. Questa mossa conferisce ai social network un livello di legittimità istituzionale prima impensabile.

Così, i social network rafforzano il proprio ruolo di strumenti di comunicazione politica e diplomatica, rendendo rapidamente obsolete regole e consuetudini riguardanti i protocolli e l’ufficialità delle comunicazioni, in cambio della capacità impareggiabile di raggiungere contemporaneamente svariati milioni di utenti in tutto il mondo

L’impatto dei social media sulla comunicazione politica riguarda differenti ambiti: la possibilità di diffondere in maniera più immediata e diretta, sia messaggi politici, sia fatti personali e più privati,  e la possibilità di interagire in tempo reale con gli utenti, superando le distanze del ruolo istituzionale ricoperto dal politico e creando in questo modo un legame più stretto tra politici e cittadini di quanto potessero consentire le comunicazioni politiche tradizionali, come le interviste  sui quotidiani o le trasmissioni televisive; allo stesso modo i politici possono ricevere suggerimenti e consigli dagli elettori e dal pubblico, migliorando o arricchendo la propria offerta politica. Un singolo post riesce dunque ad orientare la comunicazione politica, influenzando utenti di tutto il mondo, media internazionali, governi, e quindi assume la funzione di strumento di comunicazione politica globale. 

In questo contesto, emergono e si affermano quei politici capaci di sfruttare al meglio il proprio ruolo di “leader influencer”, non soltanto attraverso la semplice condivisione di foto e video, piuttosto orientando, secondo i propri interessi e posizioni, il dibattito politico e sensibilizzando gli utenti dei social sui temi politici internazionali. 

L’ampia e rapida circolazione di informazioni e di opinioni politiche a livello globale, e i nuovi spazi offerti dalla comunicazione politica internazionale consentono ai social media di configurarsi come ecosistemi geopolitici: strumenti che amplificano e migliorano la democrazia, incrementano la partecipazione politica, facilitano la sensibilizzazione su tematiche di interesse sociale, coinvolgono maggiormente i cittadini nei processi decisionali, promuovono scelte maggiormente responsabili e trasparenti da parte dei governanti, aumentano la rappresentatività di minoranze o gruppi vulnerabili, in breve agiscono come strumenti di pace. 

Tuttavia, non bisogna trascurare i pericoli che si celano dietro queste caratteristiche positive dei social media: la rapida diffusione di informazioni false o non verificate, che possono aumentare le differenze sociali e politiche e alimentare la sfiducia dei cittadini nei confronti delle misure politiche adottate o dei politici stessi; la facilità con cui l’opinione pubblica e gli utenti dei social media possono essere manipolati da chi riesce a controllare i dati e le informazioni diffuse; la radicalizzazione e polarizzazione delle posizioni e dei contenuti, con la riduzione della capacità di dialogo e confronto costruttivo e la tendenza ad assimilare le opinioni sulla base dei propri pregiudizi; la delegittimazione dell’avversario politico o di utenti o gruppi attraverso linguaggi aggressivi, violenti e minacciosi (hate speech). A lungo andare, dunque, questi pericoli possono rendere la comunicazione politica sui social un ambito prediletto da persone più radicali e aggressive, mentre chi è più moderato e incline al dibattito costruttivo se ne allontana, preferendo strumenti di comunicazione politica e di confronto tradizionali. Il rischio più evidente, derivante da questi pericoli, è la spaccatura sociale, l’amplificazione dei conflitti e l’allontanamento da quella prospettiva che punta a rendere i social media strumenti di pacificazione e di incremento della democrazia. 


In conclusione, per sfruttare quindi il potenziale comunicativo offerto dai social media in maniera efficiente e democratica, e rendere i social media dei validi ecosistemi geopolitici, in grado di promuovere il dialogo tra le nazioni e aspirare a mantenere la pace e la sicurezza internazionali, occorre concentrarsi sul potenziamento
dell’educazione digitale e della responsabilità professionale, attraverso le seguenti azioni: creare una comunicazione fondata su fatti, dati certi e scientificamente motivati; formare dei professionisti in grado di gestire la comunicazione; favorire la creazione di una cittadinanza digitale responsabile, in grado di rispettare la libertà di espressione; prevedere una regolamentazione delle tecnologie, facendo attenzione al coinvolgimento e agli interessi delle principali potenze economiche nella regolamentazione del settore digitale.

 

Ornella Tuzzolino
Responsabile regionale ANSMM

Sicilia